Casi e approfondimenti di malasanità

Risarcimento per infezione ospedaliera da Acinetobacter lwoffii, Micrococcus Species ed Epatite-C

Virus Epatite HCV

È stato raggiunto un accordo stragiudiziale (per un valore di oltre Euro 400.000,00) tra la compagnia assicurativa di una nota casa di cura privata ed i congiunti di una signora deceduta a causa di una infezione ospedaliera, assistiti dallo Studio Legale Chiarini (con sedi in Urbino, Pesaro e Chieti).

Il risarcimento concordato riguarda soltanto una quota pari al 50% del danno complessivamente subito, dal momento che proseguirà il giudizio civile per l’accertamento dell’ulteriore quota di responsabilità addebitabile ad altra struttura sanitaria (pubblica) coinvolta nella vicenda.

 

Il caso di malasanità

La signora Laura (il nome è di fantasia, per ovvie ragioni di privacy), nonostante l’età di circa ottant’anni ed una lieve patologia cardiaca, era una persona pienamente valida ed attiva, in grado non soltanto di provvedere a sé stessa ed alla casa in totale autonomia, ma anche di accudire il più anziano marito ed i nipoti.

All'esito della vicenda di malasanità che ci accingiamo a descrivere, ella è deceduta in seguito alle infezioni contratte con Acinetobacter lwoffii, Micrococcus Species ed Epatite C.

 

La vicenda clinica

Nel 2008 la signora Laura si ricoverò in una clinica privata per sottoporsi ad intervento chirurgico di sostituzione della valvola aortica. In tale occasione le furono praticate anche alcune trasfusioni di sangue. Poche settimane dopo l’intervento, tuttavia, la paziente iniziò ad accusare uno stato di iperpiressia (con temperatura sopra i 39° C), che si rivelò resistente anche alla terapia antibiotica prescritta.

Il persistente stato febbrile indusse quindi ad un pronto ricovero della signora Laura, questa volta presso una struttura pubblica, ove le furono effettuati vari esami ematochimici ed accertamenti clinici di routine, senza però sospendere adeguatamente la terapia antibiotica. I risultati furono quindi negativi e la signora venne dimessa senza particolari prescrizioni.

Fu soltanto un paio di mesi dopo che, in ragione della riacutizzarsi della sintomatologia febbrile, si rese necessario un nuovo ricovero, in un diverso ospedale del capoluogo campano. Qui fu disposta immediatamente una consulenza cardiologica ed infettivologica e, previa sospensione della terapia antibiotica, si accertò la sussistenza di una endocardite infettiva. L’emocoltura eseguita mise infatti in rilievo una setticemia da “acinetobacter lwoffii”, agente infettivo multiresistente tipicamente correlato alle infezioni nosocomiali.

Successivamente, si scoprì che la signora Laura era stata infettata anche da un altro batterio, il “micrococcus species”, ed aveva altresì contratto il virus dell’epatite C (HCV). Le ormai compromesse condizioni cliniche della paziente, purtroppo, determinarono di lì a breve un crollo delle funzioni cardiocircolatorie e a nulla valse un disperato intervento chirurgico, posto in essere dai medici del nosocomio partenopeo, per la sostituzione della bioprotesi impiantata qualche mese prima. La signora Laura, infatti, morì poche ore dopo.

 

La definizione transattiva raggiunta per il risarcimento del danno non patrimoniale

“La definizione transattiva conclusa rappresenta il riconoscimento della responsabilità in capo alla clinica privata” - afferma l’avv. Gabriele Chiarini di Pesaro, che assiste i parenti di Laura - “per il contagio dovuto ad una evidente falla nelle procedure di asepsi che, specialmente in sede cardiochirurgica, dovrebbero essere particolarmente rigorose”.

Continua, invece, il processo già incardinato contro l’altra struttura (quella pubblica), rea di non aver rispettato le linee guida dettate per il corretto espletamento degli esami emocolturali, ritardando di fatto la diagnosi delle infezioni e, conseguentemente, compromettendo le possibilità di ripresa della paziente.